Copenhagen ti sorride


Saliamo sulla metro. Destinazione NørreportMi guardo attorno. I danesi mi sorridono. Sorridono a me e in generale alla vita. Hanno l’aria rilassata e felice di chi vive una vita sana e lontana dallo stress. (Così sembra...).

La stazione si presenta, come la maggior parte delle stazioni, fredda e bruttina, ma circondata da infinite biciclette, che donano alla città un’aria serena.
Basta svoltare l’angolo e ci si catapulta nell’insolito mondo danese; casette antiche colorate contrastano con palazzi moderni. Negozietti di artigianato e di design pullulano in ogni dove. Il dualismo sembra essere una caratteristica di questa città-paese. 

L’appartamento di Marie e Max è spaziale. Oggi lo definiremmo “instagrammabile”. 
Un divano in velluto fa da padrone allo spazioso soggiorno e con lui anche un grosso tavolo in legno. Tappeti di animali e qualche oggetto di design qua e là. Poche cose.


La Casa di Marie&Max
La casa di Marie&Max


Colazione da Atelier September. Bevo un tè matcha e mangio un uovo alla coque. Così, per sentirmi danese. Che poi, cosa mangiano, questi nordici a colazione? Il posticino è carino. Super cute, direi. Due signori anziani ci sorridono, ancora una volta, e ci lasciano il posto. 

Ci dirigiamo verso Nyhavn. Il profumo di mandorle caramellate addolcisce il tempo poco clemente.
Canali, barche e case colorate.
Piove. Fa freddo. Siamo danesi adottivi per un weekend, e come tali, quando piove ci si bagna. 


Mandorle a Nyhavn
Mandorle a Nyhavn


Arriviamo a Christiansborg Slot, sede del Parlamento. 
Ci sono degli scorci molto interessanti, ma la pioggia non ci lascia tregua.
Ci ripariamo al caldo dentro HAY House.

Facciamo un pranzetto gentile e stabiliamo un percorso per l’indomani.

La sera ceniamo in un posticino interessante: Fleisch. Un ex macelleria. Per gli appassionati di carne.
(PS: Fleisch in tedesco significa carne). 


Nei pressi di Christiansborg Slot
Nei pressi di Christiansborg Slot


Il giorno dopo.
Il sole splende su Copenaghen.
Siamo carichi per dedicare le nostre energie a questa splendida città ancora tutta da esplorare. 
Direzione: Palm House, il giardino botanico che metterà a dura prova la tua resistenza al caldo!

Ignari dell’umidità che avremmo dovuto sopportare, ci dirigiamo in quella che è la casa delle farfalle.
Le vedi svolazzare qua e là, di tutti i colori. Qualcuno è terrorizzato dal poterle toccare. A noi, invece, diverte un sacco.
Sono bellissime e un po’ ci amano, perché ci prendono di mira. Una farfalla vanessa, sì quelle gialle con le macchie nere, si posa sul cordino della mia macchina fotografica. Una blu sul dito della Gio.
Il percorso prosegue. E con esso anche il caldo. 
Entriamo in un altra serra, per la precisione, la Palm House. 
La cosa incredibile di quest’ultima è che al suo interno vi sono delle scale a chiocciola che danno la possibilità di salire fino in cima alle palme e ruotarci attorno. 
L’altra cosa incredibile è che più sali e più il caldo, ovviamente, aumenta. 


Giorgia - Palm House
Giorgia - Palm House


Finita la sauna facciamo tappa al castello di Rosenborg, museo della famiglia reale. “Rosenborg Slot”; solo al secondo giorno capisco che Slot sta per castello e questa desinenza “-borg” mi crea un po’ di confusione in testa.
(Christians-borg, Rosen-borg, Charlotten-borg. Son tutti uguali! E io soffro di demenza senile, abbiate pazienza!)

Decidiamo che è giunto il momento di noleggiare una bicicletta.
I danesi sono tutti felici ad eccezione di coloro che noleggiano biciclette. Loro no, loro sono antipatici e non sorridono nemmeno. E sono pure cessioftheday!
Pronti a salire in sella alle nostre grazia, graziella e grazie al cazz…
Noleggio una “minibike” per esigenze tecniche. Facevo un po’ ridere. 

Muniti del giusto mezzo che, dopo aver preso la pioggia senza usare l’ombrello, è uno dei test di ammissione per diventare un vero cittadino di Copenhagen, ci dirigiamo a far visita alla Sirenetta. 
Totalmente incapace di partire, con la mia minibike arrivo ovunque.
Il sole è talmente danese che sorride, anche lui.

Segue un mega giro in bicicletta per arrivare fino al Reffen: uno street food situato fuori dal centro con una location abbastanza atipica.
Ordino un piatto vegano e mi sento così "healthy", con la mia bibita al melone (da vomito!). 
Ho goduto del caldo, del cibo e soprattutto dei “bonioftheday” (cit. @leperledipinna).

Dovete sapere che i danesi hanno una caratteristica fisica ben precisa: sono tutti boni. Mori, biondi, alti. 
C’erano bonioftheday ogni day e in ogni dove. 

Ci dirigiamo verso la Città Libera: Christiania. Al suo interno è vietato fare foto. Si tratta di un quartiere di Copenhagen che, come rimanda il nome, è libera da ogni legge. In altre parole ci si ammazza di canne e se si vuole comprare un po’ di erbetta ci sono dei ragazzi alle loro postazioni: tavolino, bilancina e droga. Poi si va sul lago a fumarla. Niente di trascendentale. È sporca ed è talmente affollata che non trovi neanche un angolino pulito dove sederti. 

Abbandoniamo il mondo “hippie” (che poi tanto hippie non è! Mi pare un po’ una cacata questa Christiania.) per inoltrarci in uno dei quartieri, a mio giudizio, più affascinanti di CPH: Nicolai Eigtveds Gade. Stradine isolate che si affacciano sul canale. Di fronte alla Bibliotecail Diamante nero”. Quest’ultima è assolutamente da visitare, tanto per la struttura interna quanto per il meraviglioso cortile di cui Kierkegaard è il padrone. 
Il sole scaldava il mio cuore. Ero un po’ stanca, ma è qui che ho potuto fare le fotografie di cui più vado fiera.


Nicolai Eigtveds Gade
Nicolai Eigtveds Gade



Il cortile della Biblioteca
Il cortile della Biblioteca


Ultima tappa della giornata Tivoli. Tivoli è un parco divertimenti costruito nel 1843. Uno dei più antichi ed esistenti al mondo. La sua particolarità sta proprio nella sua antichità: le luci sono le protagoniste. Sembra di entrare nel mondo dei balocchi. Jonny, Andre e Gio fanno le montagne russe. Io mi diverto di più all’interno di un negozietto che vende oggettini inutili e super costosi. Compro: tre cartoline, una calamita da regalare alla Miri e un pupazzetto di quelli danesi da collezione. Per la precisione: la fatina dei denti. Tutte cose super kawaii. Inutili, ma kawaii. :)

Ceniamo in un ristorante danese, sempre all’interno di Tivoli: Grøften. Menù a base di asparagi bianchi. Il cibo è super! 

Sunday morning obiettivo Louisiana Museo d’Arte Moderna. Tappa assolutamente da non perdere. 
Il Museo affaccia sul Mar Baltico (credo!) e dall’altra parte è possibile intravedere la costa della Svezia (credo! Ahahah). 
La struttura è interessante e con essa anche le opere al suo interno.
Tra le mostre temporanee vi era quella di una certa Pipilotti Rist. Una folle. Che fa cose folli. Non so in che altro modo descriverla. E poi un certo Dea Trier Mørch e le sue litografie molto interessanti. 
Assolutamente da non perdersi la semplice e geniale installazione di Yayoi Kusama. 


Giorgia - Louisiana Museo d'Arte Moderna (Pipilotti Rist)
Giorgia - Louisiana Museo d'Arte Moderna (Pipilotti Rist)


Louisiana Museo d'Arte Moderna (Yayoi Kusama)


Torniamo a Nørreport per goderci le ultime ore rimaste in bicicletta.
Visitiamo il parco Superkilen e la famosa Torre circolare.

Si torna a casa.

Piccolo aneddoto divertente: mentre vado in bicicletta mi accorgo della presenza insistente dei gabbiani che svolazzano sopra le nostre teste. Faccio notare alla Gio come una sgagazzata potrebbe colpirci e affondarci da un momento all'altro. 
Neanche a dirlo. 
10 minuti dopo mi ritrovo, appunto, colpita e affondata da una una "cacca di gabbiano" che si deposita molliccia sui miei jeans (almeno non in testa!). 
Che la fortuna sia dalla mia?
Oppure, al contrario, sono così sfigata nella vita?
Chi lo sa.

Ringrazio i miei compagni di viaggio che mi hanno fatto questo speciale regalo, in particolare mia sorella Gio.
Instacabile ragazza mondana.

Arrivederci Copenhagen.
Ti dedico un sorriso.
Il mio.

PS: ho aggiunto il link di qualche posticino su Instagram. Se siete interessati potete sbirciare! 

PS2: sul mio Instagram ho pubblicato qualche foto e qui tutte le altre.

Marta

Tra Umbria e Toscana: un viaggio enoantropologico

Direzione Montalcino il paese del Brunello.

Per definirsi tale il Brunello è prodotto solo ed unicamente a Montalcino, con uva 100% Sangiovese ed una fermentazione in botte di 24 mesi. Si distingue dal Rosso di Montalcino. L’80% della produzione viene esportata all’estero.

Il vino ha una storia e una vita propria. I fattori che incidono su di esso sono moltissimi... Dal clima, al terreno, alla vita stessa del vitigno. È così affascinante scoprire tutti i dettagli che si nascondono dietro un buon bicchiere di vino che sarebbe quasi impossibile elencarli tutti. È così che iniziano le nostre vacanze enoantropologiche: tra vino e persone, natura e uomo, palato e lingua.

Montalcino abbiamo conosciuto Nino, proprietario di una rosticceria in centro. È stato per molti anni direttore artistico di Teatro, ci ha raccontato molto della sua vita passata quanto di quella presente e ci ha insegnato questo: “Con calma e per favore.” A Nino piace svegliarsi molto presto la mattina, guardare l’alba, raccogliere i lamponi, fare colazione con calma e recarsi al lavoro. Ama i galli, la fotografia ed ovviamente il Teatro, il luogo in cui è cresciuto. Come nel vino, anche nel Teatro si nascondono dettagli inimmaginabili e Nino ha voluto raccontarcene qualcuno... Come quella volta in cui dovette concordare insieme ad il sindaco quanti chiodi esatti avrebbe utilizzato per il montaggio della scenografia. Il Teatro era una mini riproduzione del Teatro La Scala e certo è che non si poteva mica rovinare il palco in parquet. Ci ha raccontato anche di “Gomma” e di “Gommino” i camionisti padre e figlio e delle loro colazioni a base di Cognac. Nino è felice. Pare abbia trovato il suo equilibrio psichico.


Montalcino
Montalcino


Ad Abbadia San Salvatore scopriamo la Bormio toscana. Freddo, pioggia e quasi, quasi scarponcini. Tra un negozio di abbigliamento sportivo e un alimentari c’è il bar sport con la sua insegna: “Cucina casereccia, le ricette della nonna.” Ci si siede, si beve del vino che sa un po’ di tappo e si ordina la pasta fatta in casa. Il tutto servito da un brillante e gentilissimo ragazzo. Seduta ad una tavolo una signora mi garantisce la qualità del posto: “Qui si mangia bene!”. Le persone sono cordiali è quasi un piacere stare tra gli esseri umani.


Abbadia San Salvatore
Abbadia San Salvatore: le tende sono un must per i toscani


Dalle secche colline toscane, a quelle più boschive umbre: benvenuti ad Orvieto, il Paese sotterraneo. Il paesello è molto piccolo, ma sotto ad ogni casa si nascondono grotte e pozzi etruschi. Ogni grotta è di privati; il loro in ingresso, infatti, è quasi sempre possibile solo dall’abitazione stessa. È in queste grotte che si trovano i colombari, stanze un tempo adibite all’allevamento di piccioni. Da qui il piccione all’orvietana. Ad Orvieto scopriamo l’esistenza dell’Orvietan: amaro erboristico del 1603. La cosa interessante è che stato riscoperto da solo 3 anni... E così anche Orvieto sarà ricordata per il suo speciale amaro, che ovviamente io e Jonny abbiamo acquistato.


Duomo Orvieto
Il Duomo di Orvieto


Dopo un’ottima colazione a base di panino alla porchetta ci dirigiamo verso Perugia. Dovete sapere che questa roba della porchetta è molto sentita in Umbria. Io ne ero completamente ignara.
Hotel Umbria: nel cuore di Perugia e le sue 2 stelle sudate e moquette anti parassiti.
Durante una rigenerante pennichella su una panchina in centro, all’ombra degli alberi perugini e un venticello assopente attacco bottone con una solitaria vecchietta: Annamaria. Ha lavorato fino al 2015 per il Vaticano. È stata il braccio destro di Papa Giovanni Paolo II (così ci ha detto...). Da giovane giocava a calcio, cantava e suonava il pianoforte. Ci ha mostrato l’intera Perugia facendo su e giù per le stradine etrusche. Non si è mai fermata un minuto. Ci ha mostrato la casa in cui è nata e cresciuta, le 4 finestrelle in alto: da sinistra la camera dove è nata, la cucina e la stanza dei genitori. Ci ha portato dentro il Duomo... Ci ha raccontato di come il terremoto, fortunatamente, non abbia mai colpito Perugia, ma se si guarda con attenzione due delle colonne portanti del Duomo sono leggermente inclinate. Poi la statua di Papa Leone XIII che prima di diventare Papa fu vescovo di Perugia. Quanto pare era un tipo molto magro. Troppo per i gusti di Annamaria. E poi ancora... L’anello della Madonna e la corona che fu rubata e poi riacquistata. I Santi protettori di Perugia e tutte le viette etrusche. Che mica avevano tutti i mezzi a disposizione che abbiamo noi... Però oggi i ponti crollano, le famiglie muoiono e tutti quegli archi invece stanno su. Poi ci ha abbandonato perché iniziava il Palio di Siena e doveva correre a casa a vederlo. Tifa per il rione della Civetta. Una persona dal cuore grande che rimarrà per sempre nei miei ricordi.


Perugia
Perugia e gli archi etruschi


Infine Montepulciano. Il Nobile di Montepulciano è prodotto con un minimo di 70% di uva Sangiovese e una fermentazione in botte di 24 mesi. Si dice riserva quando la fermentazione è almeno di 3 anni.
Decido di acquistare una bottiglia di Nobile Montepulciano riserva del 2014, perché la storia mia affascina molto. Il 2014 è stato un anno non troppo positivo... Ha piovuto molto e il vino è rimasto, è brutto da dire, “annacquato”. Però si è scoperto che a distanza di 4 anni esso ha cambiato notevolmente sapore, e ha acquistato più carattere. E così come le persone, anche il vino cambia molto negli anni. Ho deciso che aprirò la mia bottiglia tra 4 anni, quando avrò 30 anni... Quando grazie alla pioggia sarò rinata sole... Come il mio riserva.
Montepulciano abbiamo soggiornato in un Podere: Podere Lamberto. Un luogo magico, rigenerante e solitario. Ogni mattina un’ottima colazione vi augura il buongiorno, con delle buonissime torte fatte in casa (dalla proprietaria!). È molto bello stare anche solo seduti sulla panchina all’aperto e osservare il bellissimo paesaggio. Si possono raccogliere le susine e mangiarle. Anche la zona della piscina è strepitosa. Il tutto è molto curato nei minimi dettagli. 


Montepulciano
Montepulciano: un grazioso dettaglio


Per quest'anno niente mare.
Solo vino e persone.
Quelle umane.
Quelle che ti piace ascoltare le loro storie.
Perché hanno sempre qualcosa da insegnarti.







Marta

Spazio-Tempo a Berlino


Ampi spazi, aria, sole, dualismo.
Se penso a Berlino, penso a questo. 

Atterrati a Schonefeld compriamo due biglietti per Alexanderplatz.
Saliamo sul treno, non proprio sicuri che sia quello giusto, e ci godiamo il breve e pittoresco spostamento. 
Dal grande finestrino del treno inizio a scoprire una Berlino verde. 
Tanto prato, tante casette e un gigantesco sole mi sorridono. 
I treni hanno un sapore vintage e si respira un'aria rilassata.
Fin da subito a colpirmi sono gli spazi.
Berlino è tutto molto ampio: le strade, i marciapiedi, le piazze... È tutto molto ampio, ma così poco distante. 
Tra un punto di interesse e l'altro ci sono pochi minuti di distanza; se si studia a priori un percorso tattico si riesce facilmente a girare senza dover utilizzare particolari mezzi.
Ragion per cui in un solo giorno ci spariamo ben 20 km a piedi. Un record!

In 30 minuti arriviamo a destinazione (perché ovviamente il treno era quello giusto! Io non sbaglio un colpo!), ci dirigiamo in Hotel, lasciamo i bagagli e ci avventuriamo alla scoperta della spaziosa Berlino.
Tra le prime cose che visitiamo, oltre ad Alexanderplatz e quella benedetta Torre della Televisione che veglia sui berlinesi in ogni dove (che comunque... Fa cagare!!) e dintorni, c'è il quartiere di San Nicola, che prende il nome dalla chiesa. Un quartierino un po' magico, un po' cuore, un po' Marta. 

Ci sono le casette particolari, e tanti ristorantini tipici, che neanche pensi di essere in città. 
Ci sono delle viette speciali ed è in una di queste che decidiamo di fermarci a pranzare. 
La mia attenzione cade sui dettagli del ristorantino, pieno di rane e stampe antiche...
Quella di Jonathan sul piatto di una cliente. 
Ci sediamo e ordiniamo: io una polpetta con contorno tedesco (credo) fatto di patate, insalata e cetrioli (avevano tutte lo stesso sapore di sottoaceto!); Jo un maiale intero (ahahah) con crauti, purè di piselli e non ricordo che altra porcata. 
Mi congratulo con me stessa per aver assaggiato la cotenna di maiale; stavo tipo vomitando. 
Ricordo che il cameriere assomigliava troppo ad un personaggio della Disney.
Sono sicura che si nasconda qualcosa di fantastico in quella Locanda. 
Finito di mangiare proseguiamo il nostro giro da disperati.

Arriviamo all'Isola dei Musei, quindi al Duomo. Bellissimo.
Ma il mio animo da "procacciatrice di ricordi materiali" viene subito attirato dai Mercatini vicini, dalle tende bianche e rosse. Ci sono tanti artisti che espongono i propri lavori e ne rimango colpita da 3 in particolare. Anche a sto giro mollo la presa e decido di non comprare un mini quadro per la modica cifra di 60 euro, ma li valeva tutti. Giuro. 

Camminiamo, camminiamo e camminiamo ancora. Arriviamo a Gendarmenmarket e qui... Faccio l'acquisto del secolo. Una mini scatolina di fiammiferi con all'interno una mini riproduzione domestica (questa storia del mini mi sta sfuggendo di mano!).
In perfetto stile Marta Kurenai la custodisco come un prezioso tesorino. 

Dopo una breve pausa proseguiamo il nostro infinito percorso.
Ci dirigiamo a quella cacata del Checkpoint Charlie (quasi sembra un'attrazione da cinema per come l'hanno montata su!) per poi finire al Memoriale degli Ebrei assassinati
Fatte le foto classiche e due/tre video inizio ad appassionarmi sempre più non tanto per i Monumenti quanto per le strutture e i palazzi che arricchiscono la nuova Berlino
Decido quindi di concentrare le mie foto sui palazzi, nuovi, puliti, precisi. 
Rimango colpita da quanto siano una fonte di ispirazione per il mio cervello. 
Vedo cose.

Memoriale degli Ebrei assassinati.
Memoriale degli Ebrei assassinati.


Vicino al Checkpoint Charlie
Vicino al Checkpoint Charlie.


In seguito ad una capatina alla Porta di Brandeburgo e una pennichella sul prato che affaccia il Parlamento, ci dirigiamo verso una delle cose che più mi ha affascinato di BerlinoPotsdamer Platz.
Vuoi i palazzi, vuoi la luce, vuoi i colori, vuoi anche la stanchezza... Mi sembrava tutto irraggiungibile. 
Così infinito. Come quel palazzo a mattoncini marroncini un po' newyorkese. Non ho idea di cosa fosse, ma ho fatto le foto di cui sono più contenta. Era molto suggestivo. Erano le 20:00 di sera, c'era ancora il sole che pian piano calava e colpiva amorevolmente quel palazzo. Era tutto vero, ma così finto.


Potsdamer Platz.
Potsdamer Platz.


L'indomani decidiamo di salire in sella...
Con le nostre bici, i nostri zaini ed un cielo limpidissimo ci dirigiamo verso East Side Gallery, per ammirare il muro di Berlino ed i suoi graffiti. 
Durante il tragitto veniamo fermati dagli sbirri, perché Jo usa il telefono mentre pedale, e a Berlino questo non si può fare! (giustamente, visto che sei praticamente in strada!!).
Un pelato stronzissimo fa il brutto, poi c'è il tabagista di turno e il menefreghista che se ne sta in macchina. 
In queste occasioni mi tocca sempre fare da traduttore. IO. IO DEVO TRADURRE I CAZZIATONI. IO che l'Inglese non lo so mica parlare... Eppure i cazziatoni li capisco sempre.
E niente... Dopo aver rischiato l'ergastolo per un misero video in strada proseguiamo la nostra pedalata.

Ora mi sono rotta un po' di scrivere. 
Per cui... 
Vi racconterò l'ultimo aneddoto di questo weekend berlinese. 
Andando in biciclette si riescono a scoprire dei posti anche più isolati e nascosti.
Io e Jo ci siamo addentrati in un luogo che abbiamo definito "Post apocalittico".
Tuttora non sappiamo di cosa si trattasse, probabilmente una specie di Centro Sociale, ma era fuori dal tempo. 
Come se una piccola comunità fosse rinata lì.
C'era anche un calligrafo che dipingeva il Menù su un camioncino nero.
Noi siamo passati in mezzo con le nostre bici.
È stato breve, ma intenso. Un po' come il nostro weekend tedesco. 

Decisamente da ritornarci. 

PS: a breve le foto! ;)

Marta

Paris: un quadro musicale

Atterriamo a Charles de Gaulle
Ad accoglierci un'inquietante cielo nuvoloso e 16° di temperatura. 
Non male come arrivo.

Prendiamo un treno e la metro e arriviamo facilmente a Rue Charlot: la via della nostra calorosa casetta.
Nel mentre i nuvoloni grigi si trasformano in una pioggia battente, decisamente scomoda per chi indossa una gonna lunga e si trascina una valigia piena di vestiti estivi (che non verranno mai utilizzati).

Lizzie, la proprietaria, mi manda un messaggio il giorno prima informandomi di ritirare le chiavi "dell'appartamento" da un certo Jonas, proprietario di un negozio collocato esattamente sotto casa nostra, che vende gioielli artigianali. Ci dirigiamo così verso "Jonas' Shop" e scopriamo che il negozio è chiuso.
All'interno del prezioso negozietto vola libero, tra un gioiello e l'altro, un uccellino rosa, che indisturbato si gode la vita, mentre noi, fuori al freddo ed al gelo, tra la pioggia e le intemperie ci chiediamo dove minchia sia questo Jonas. Appeso alla vetrina c'è un numero da poter chiamare: chiamo. A rispondermi una voce italiana. E qui scatta il mistero... Quindi provo a chiamare Lizzie. Il nulla.

Già disperata e ormai consapevole del fatto che l'avevo presa in quel posto, un signore in giacca e cravatta, con tanto di valigetta, entra nel nostro portone. Jonny lo placca in tempo zero e gli chiede se conosce Jonas. Con il potere della botta di culo che abbiamo il signore conosce Jonas e ci porta da lui...
Si presenta un ragazzo alto, con capelli ricci e rossi, un cappello di lana, bretelle e piedi scalzi. Bianco cadaverico ci dà le chiavi, ci apre l’appartamento da cui estrae due mini materassi grandezza bambino e li piazza in corridoio. Farfuglia qualcosa sul fatto che la finestra debba rimanere aperta perché le chiavi sono solo un mazzo e se le perdiamo almeno possiamo passare da lì (ma ti pare????) e se ne va con il suo karma, il suo alone di leggerezza e il suo totale menefreghismo verso il genero umano. 

Mi sento un po’ disperata, un po’ perché non ci fornisce alcun tipo di informazioni (tipo quale sia il codice per aprire il portone), un po’ perché il cesso non ha neanche il tasto per tirare l’acqua e quindi bisogna smontare tutto per poter tirare lo sciacquone. 

Appurato che non l’avevo presa in quel posto e scoperto qual’era il codice per entrare dal fottuto portone decidiamo, finalmente, di inoltrarci nella meravigliosa Parigi. 

Girovaghiamo per il Marais, uno splendido quartiere a pochissima distanza dalla nostra casa e da Ile de France. Un posticino caratteristico, pieno di negozi e portoni colorati. Arriviamo alla Cattedrale di Notre Dame, imponente e meravigliosa. Entriamo poi in una libreria che mi ero ripromessa vi vedere: Shakespeare and Company. Un luogo fuori dal tempo, un luogo in cui i libri si possono leggere seduti su poltroncine antiche circondati da infiniti libri tutti divisi per categoria, anni e storia. Consiglio a chiunque di entrare a fare un giretto e perdersi per un po’ di tempo nel passato. 

Le Marais
Le Marais

Notre Dame
Notre Dame

Proseguiamo il nostro giro, costeggiamo la Senna e attraversiamo diversi ponti fino ad arrivare al Pont des Arts. Nel mentre la pioggia e il gelo, lasciano spazio ad un briciolo di sole. Mi siedo su una panchina e mi godo il piacevole calore, accompagnato da un sottofondo musicale tipicamente parigino. Attraversiamo tutto il ponte che apre le sue porte al Louvre. Il palazzo è immenso, fatto a ferro di cavallo, ti senti un po’ piccolo ed insignificante. Quindi arriviamo al Museo. Ci sdraiamo sulla fontana che lo circonda e facciamo un piacevole pisolino. Poi riprende a piovere e noi a camminare. Stanchi e po’ provati dalla giornata decidiamo di fermarci ad un baretto e berci un buon bicchiere di rosso, accompagnati dalla tipica baguette, ma solo dopo aver visitato il Museo d’Orsay, che consiglio a chiunque sia appassionato di Impressionismo. Ho finalmente visto dal vivo tutti quei quadri che mi avevano tanto affascinato quando li studiai nel mio ultimo anno scolastico alle superiori. Sono riuscita anche a vedere dei ritratti di Van Gogh, che mancavano clamorosamente nel suo museo ad Amsterdam. 

Claude Monet - Figura en plain air (18886)

Il giorno dopo lo dedichiamo a Montmartre. Dopo una colazione da schifo, con omlette e patatine fritte (perché??!), percorriamo la scalinata che porta alla basilica del Sacré Coeur. Il tempo è clemente e finalmente è uscito un po’ di sole. Un artista di strada suona l’arpa ed è bellissimo ammirare tutta questa storia dell’arte accompagnati ogni volta da un diverso sottofondo musicale. Sarei rimasta le ore a godermi il panorama, senza far nulla. Mi rilassava e mi faceva sentir bene. 
Il quartiere di Montmartre è sicuramente una di quelle tappe che non si possono balzare se si va a Parigi. Artisti di tutti i tipi si dilettano a fare ritratti; ne sono rimasta affascinata, soprattutto da uno in particolare, che aveva una tecnica molto personale e assolutamente distinguibile. Mi pento amaramente di non aver preso un suo quadro.
Abbiamo poi visto il muro del Je t’aime: per chi non lo conoscesse si tratta di un muro che, come rimanda il nome dell’opera stessa, è una parete su cui è scritto “Ti amo” in tutte le lingue e dialetti del mondo. Anche in questo caso ad accompagnare la visita uno speciale sottofondo di un artista di strada che per rimanere in tema suonava la stessa melodia alla maniera italiana, francese, inglese… E via discorrendo. 
Ormai in pieno mood parigino, sempre alla ricerca di una nuova melodia, finalmente visitiamo la famosa Toure Eiffel, la vediamo da diverse angolazioni e scopriamo che da qualsiasi punto la si veda è sempre bellissima. Arriviamo poi ai famosi Champs Elysees, fino giungere all’Arco di Trionfo: è meraviglioso, imponente, perfetto. È uno dei monumenti che più mi hanno colpito. 

Abbiamo poi visitato il Centro Pompidou, la piazza della Bastiglia e girovagato per non so quanti km. 

Montmartre
Montmartre: ogni tanto sui muri si trovano dei disegni strepitosti; piccoli dettagli si nascondono ovunque. 

Tour Eiffel
Tour Eiffel

Arco di Trionfo
Arco di Trionfo - dettagli

Ho mangiato la “soupe à l’oignon”: zuppa alle cipolle, che consiglio a chiunque di assaggiare; una bomba brodosa, fatta di cipolle e formaggio fondente e mi sono scofanata di “pain au cocholat”, che per me sono una droga, imparagonabili a qualsiasi altro dolce francese, sono il top. 

Dopo aver salutato la nostra amata Parigi passeggiando come dei veri parigini alla ricerca di regalini preziosi, entrando in tanti negozietti, librerie, cartolerie e via discorrendo… Con tutta la calma possibile prepariamo le valige e lasciamo le chiavi dell’appartamento sotto il tappetino di Jonas (così ci aveva suggerito!). 

Ci dirigiamo quindi alla metro con la velocità di un bradipo, rilassati, dispiaciuti di abbandonare la romantica Parigi convinti che in un’ora emmezza saremmo giunti in aeroporto, ma… Ancora non sapevamo che il treno che ci avrebbe dovuto condurre a Charles de Gaulle era inagibile per tutto il giorno. Ci tocca quindi prendere un’altra metro, fare una coda di mezz’ora per prendere un bus e prendere nuovamente un altro treno. Il fatto è che eravamo piuttosto in ritardo sulla tabella di marcia. Preoccupati di perdere l’aereo, dopo una faticaccia a cambiar mezzi su mezzi arriviamo in aeroporto… Corriamo e fortunatamente riusciamo a metterci in coda per l’imbarco. Arriviamo a metà coda e solo lì mi rendo conto di aver cannato gate, sì perché non dovevamo atterrare a Malpensa, bensì Linate. Quindi… Altra corsa. Alla fine ce l’abbiamo fatta e ci è toccato così rientrare in Italia. 

Parigi è romantica. 
Parigi è fresca e frizzantina.
È piacevole.
E sicuramente rimarrà nel mio cuore… 
Come quella “soupe à l’oignon”.

PS: come sempre sul mio Instagram potete trovare qualche video interessante, e qui qualche foto in più.

Alla prossima avventura,

Marta